Survival o meno, di stampo old-school o fucina sperimentale, è innegabile che il genere horror abbia conosciuto il massimo splendore in quel periodo in cui il videogioco casalingo era sinonimo di Playstation e mamma Sony dominava il mercato grazie al proprio monolite nero(Ps2), commercializzato per la primissima volta in terra giapponese il 4 marzo dell’anno 2000.
Project Zero (Fatal Frame)
Nell’ormai lontano 2001, Tecmo, nota casa di sviluppo giapponese divenuta famosa per aver dato alla luce serie di grosso calibro quali Ninja Gaiden e Dead Or Alive, presenta un titolo abbastanza innovativo per l’epoca, dotato di un gameplay tanto semplice ed immediato quanto accattivante: Fatal Frame (ribattezzato Project Zero per il mercato occidentale).
Non nascondo di aver sempre nutrito una simpatia particolare per la cultura del sol levante, per i prodotti ispirati alla tradizione giapponese più che verso le opere “confezionate” ad-hoc per il pubblico occidentale. Ecco quindi che mi trovo a preferire, cinematograficamente parlando, la saga originale di The Ring (Ringu – 1998, Rasen – 1998, Ringu 2 – 1999 ed il prequel Ringu 0 – 2000) pittosto che le versioni a stelle e strisce dei primi due capitoli, così come in ambito videoludico prediligo l’ambientazione alla Kuon piuttosto che alla Silent Hill (capolavoro indiscusso del filone horror).
Tornando a Project Zero, una volta avviato il gioco, ci ritroveremo catapultati in uno sperduto villaggio in rovina nei panni di Miku, una liceale giapponese qualsiasi che, in un'oscura notte di settembre dell’anno 1986, si introduce all’interno del Palazzo Himuro in cerca di Mafuyu: il fratello misteriosamente scomparso dopo essersi recato in quel luogo. Mafuyu era in cerca di notizie del proprio mentore Junsei Takamine, uno scrittore scrittore di romanzi horror scomparso, assieme all’editore Koji Ogata e alla sua assistente Tomoe Hirasaka (studiosa del paranormale), in circostanze del tutto misteriose. Takamine si era recato nel Palazzo Himuro in cerca di spunti utili alla stesura del libro che stava scrivendo in merito ad una oscura leggenda appartenente al folklore locale. Si narra infatti di un efferato rituale perpetrato al fine di tenere sigillato un misterioso portale che, una volta aperto, avrebbe dato modo alle anime dannate di infestare il villaggio. Le premesse non sono delle migliori, ma Miku decide comunque di avventurarsi ugualmente nel palazzo, tristemente noto per essere stato in passato scenario di rituali maledetti, armata per giunta solo di una misera torcia elettrica.
Ad un incipit di tutto rispetto, segue una trama permea di mistero, scandita da convulse visioni, instillate esotericamente da un’inquietante presenza, che si susseguono svelando man mano i brandelli di un’atroce verità. Il punto forte di questo titolo è però rappresentato dal sistema di “combattimento”, che prevede l’utilizzo di una vecchia macchina fotografica dotata di poteri mistici, introdotta nel Palazzo Himuro da Mafuyu e successivamente rinvenuta da Miku (a quanto pare un lascito della sfortunata madre), in grado di arrecare danni alle oscure presenze incontrate e di intrappolare nelle foto. Più innovativo di così….
Il tutto è poi impreziosito da un game-design più che ispirato, una grafica eccellente (ricordiamoci che parliamo del 2001 e della Play2), un comparto sonoro di grande effetto, la quasi totale mancanza di caricamenti nel passaggio fra un ambiente e l’altro e per concludere da un’atmosfera da incubo magistralmente creata grazie alla sapiente gestione delle luci, o meglio, grazie alla totale assenza delle stesse: l’unica fonte di illuminazione è la torcia elettrica, in dotazione a Miku fin dall’inizio dell’avventura, ed orientabile a proprio piacimento tramite lo stick analogico destro del pad.
Concetto ripreso di recente da Nintendo tramite il suo pluripremiato Wii: il Wiimote sembra infatti essere una formidabile torcia elettrica, come del resto sapranno tutti coloro che abbiano provato il recente Silent Hill: Shattered Memories. A dirla tutta, sembrerebbe essere anche un ottimo cellulare (The Calling docet)… ma questa è un’altra storia.
In conclusione, ritengo che Project Zero possa senz’ombra di dubbio essere iscritto alla voce must-have di tutti coloro che abbiano stretto in mano il pad della Ps2 e della prima Xbox, console appartenenti ormai al regno del retrogaming, ma che ancora oggi (specie nel caso dell’hardware Sony) sarebbe il caso di rifrequentare con cadenza periodica, fra una partita next(actual?)-gen e l’altra, magari rispolverando i vecchi capolavori come quello si qui descritto.





